Salerno capitale di un mondo alla rovescia fatto di migrazioni verso il Sud Italia e di capitali, nel senso di soldi, investiti in industrie e artigianato. Era il periodo finale del Regno delle Due Sicilie e delle migrazioni dalla Svizzera verso il meridione.

Ginevra, Neuchâtel, Zurigo e Friborgo come le moderne Napoli, Bari, Palermo e Catanzaro. La prima ondata migratoria dalla Svizzera verso Napoli fu tra la seconda metà del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. Fu di estrazione sociale piuttosto variegata, tra cui  imprenditori, banchieri, ma anche come forza lavoro che andò a dar manforte soprattutto alle fiorenti industrie tessili dell’epoca.

Aziende nate anche grazie agli investimenti delle più altolocate famiglie giunte da Oltralpe, come i Meuricoffre, gli Egg, i Caflish, gli Schlaepfer, i Vonwiller. Queste, ma anche tante altre, trasferirono le loro attività produttive a Napoli, Caserta e Salerno, attirati dalla politica protezionistica messa in atto dai Borbone, dal loro incondizionato appoggio, da un felice processo di industrializzazione in atto nelle Due Sicilie, dal sostegno del sistema bancario svizzero, dall’abbondanza di manodopera locale, dalla forte richiesta del vasto mercato interno del Regno delle due Sicilie e dalla la grande possibilità di esportazione verso i Paesi del Mediterraneo. Importanti furono furono anche le favorevoli condizioni climatiche, che permisero la nascita di immense piantagioni di cotone, soprattutto intorno all’area vesuviana.

Fu in particolare Giovan Giacomo Egg ad imporsi come il più grande industriale del Regno delle Due Sicilie. Le sue manifatture arrivarono ad occupare oltre 1300 operai, di cui più di trecento ragazze del Real Albergo dei Poveri. Assieme alle altre famiglie di imprenditori svizzeri gli Egg fecero di Salerno un grande polo dell’industria tessile: nel 1877 risultavano sul territorio 21 fabbriche con circa 10.000 operai (nello stesso periodo a Torino, città tra le più industrializzate d’Italia, lavoravano in questo settore solo 4000 operai) e alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, ben 12.000 lavoratori, in maniera diretta e nell’indotto.

Fu per questo motivo che a Salerno fu dato l’appellativo di “Manchester delle Due Sicilie“. Grazie anche all’abbondanza di acqua, al clima umido e ventilato e alla ricchezza di boschi e di foreste (il legno costituiva la principale fonte energetica e da questo veniva estratto il tannino, sostanza utilizzata nell’industria conciaria e nelle tintorie di lana e di cotone), nella Valle dell’Irno nacque, infatti, il polo tessile più grande dell’Italia preunitaria. Tra i prodotti più lavorati il lino, la lana, il cotone e la canapa.

Purtroppo dopo  l’Unità d’Italia cominciò il lento ed inesorabile declino dell’industria tessile salernitana e di tutto il meridione. Del resto dall’Unità d’Italia in poi si è sempre perseguita la scelta di politiche produttive a vantaggio delle realtà settentrionali, e di una contestuale politica di contenimento, assistenziale, per ampie aree del Mezzogiorno d’Italia.

Oggi, ad esempio, le Manifatture Cotoniere Meridionali non esistono più, e al posto della grande fabbrica tessile sorgono un ipermercato, una galleria commerciale, tre parchi e un museo della produzione tessile, che è andato ad occupare i locali della palazzina liberty in passato sede degli uffici amministrativi delle cotoniere MCM, ora di proprietà del Comune.

 

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